Picasa 3 è un software che ho installato sul mio EeePC con l’unico intento di leggere le schede di memoria durante i viaggi.
Non avrei mai pensato di sfruttarlo per fotoritocco o picture-art anche perchè, di solito, catturo immagini RAW e con un computerino così piccolo, e dalle scarse prestazioni, è praticamente impossibile lavorare sulle foto.
Tuttavia alcuni giorni fa, mentre sfogliavo gli ultimi ,scatti mi sono imbattuto nella funzione “Sfocatura B/N” di Picasa. Davvero un bel giochino, semplice ed intuitivo che su altri prodotti software non è presente o ha un approccio più complesso.
Et voilà!
Devo essere sincero, la funzione Timbro clone non mi esalta, fa perdere un sacco di tempo. Avevo però la necessità di eliminare due “fuguri” da una virata VINTAGE che mi intragava assai, quindi l’ho utilizzato provando a ottimizzare una foto che in se non diceva molto e quindi necessitava di alcune correzioni di sfumatura e di taglio.
Il video tutorial ufficiale degli strumenti “clone” è disponibile sul sito di Adobe: http://www.adobe.com/it/designcenter/video_workshop/?id=vid0011
Le ultime pellicole attualmente in commercio, dispongono di una latitudine di posa molto estesa e permettono di ottenere grandi risultati anche in presenza di gravi errori di esposizione.
La latitudine di posa (cit. wikipedia) misura la capacità di registrare sfumature che vanno dallo scuro al chiaro. Maggiore è la latitudine di posa, più grande è la capacità di registrare neri più neri e chiari più chiari.
La latitudine di posa diminuisce al diminuire della sensibilità della pellicola (vale a dire la quantità di luce che deve ricevere per fornire un determinato annerimento).
f. Il contrasto e la latitudine di posa
Una pellicola di media sensibilità racconta il mondo con 5-6 stop se diapositiva, ed in 6-7 se negativa b&n: ciò significa che rispetto al grigio medio, inteso come valore centrale di esposizione, gli oggetti che riflettono 2,5 – 3 stop in più finiranno per risultare bianchi (nessun particolare), mentre quelli che ne riflettono 2,5 – 3 in meno risulteranno neri (nessun particolare).
Questo intervallo è la latitudine di posa di una pellicola, ed è tanto più stretto quanto minore è la sensibilità della pellicola, quindi l’esposizione deve essere molto accurata con le diapositive e comunque con tutte le pellicole a bassa sensibilità. L’essere umano distingue intervalli maggiori anche perché il diametro della pupilla varia in relazione al punto su cui è posta l’attenzione.
In termini cromatici le pellicole a bassa sensibilità forniscono colori più densi, più saturi ed anche un contrasto generale maggiore di quelle con sensibilità alta.
Il contrasto è legato anche ad altre variabili: prima di tutto dipende dall’illuminazione: la luce fornita da un cielo nuvoloso è morbida ed in genere le scene presentano uno scarto di 3 – 4 diaframmi tra valore massimo e minimo; la luce del sole di luglio a mezzogiorno produce bianchi brillanti ed ombre profonde con scarti fra brillanza massima e minima che possono arrivare fino ad 8 – 9 stop ed oltre. Ovviamente dipende anche dalla superficie degli oggetti.
La fotocamere digitali, hanno una minore capacità di rendere contemporaneamente toni molto scuri e toni molto chiari. Se ad esempio ci troviamo a fotografare (a colori) un cielo abbastanza luminoso in presenza di un soggetto meno illuminato, per esporre correttamente il soggetto scuro saremo costretti a sopportare un cielo bianchiccio. E viceversa per avere un bel cielo azzurro dovremo accontentarci di un soggetto quasi nero.

Per evitare questi rischi si possono usare dei filtri digradanti che fanno diminuire il contrasto (colore) chiaro scuro e permettono quindi di avere un bel cielo ed un soggetto correttamente esposto. Un’altra tecnica usata in fotografia digitale, chiamata HDR (High Dynamic Range), prevede almeno due esposizioni: una per il soggetto molto luminoso ed una per il soggetto più scuro. Manipolando in poi post-produzione gli scatti si ottiene una foto correttamente esposta. E qui ho trovato un bel documento, prelevabile da questo sito.
Enjoy
Con Photoshop è possibile adottare diverse tecniche per eliminare le rughe. Quella che ho trovato oggi, mi sembra abbastanza interessante e facile da implementare.
E’ basta sul filtro “Polvere e grana” e la potete trovare in modalità videotutorial su Graficainlinea.com.
In due minuti ho rovinato una foto che mi ha fatto Francesco per ottenere l’effetto svecchiamento ![]()
In effetti, il tutto è un po’ troppo ammorbidito, ma da qui vorrei partire per analizzare altre tecniche similari e magari più performanti.
Con rughe (cliccare sull’icona o direttamente sulla foto)
Senza rughe (cliccare sull’icona o direttamente sulla foto)
Enjoy!
Le basi della fotografia non possono prescindere dalla profonda conoscenza della “luce” e delle sue regole.
La luce che noi umani riusciamo a percepire, è una miscela di radiazioni (raggi) delle quali riusciamo a vedere solo una porzione. L’occhio umano, infatti, è in grado di gestire solo una parte del più ampio spettro magnetico e, in particolare, la sezione che viene normalmente compresa frai 400 e i 700 nanometri (miliardesimi di metro), anche se alcuni esseri umani riescono ad allungare questa porzione fino a 730 nm, avvicinandosi ai raggi infrarossi, o i 380 nm avvicinandosi a quelli ultravioletti.
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La luce è dunque una forma di energia che irraggia dalle sorgenti luminose (naturali o artificiali) e da esse si propaga in tutte le direzioni alla velocità di 300.000 km/s.
I suoi raggi colpiscono le superfici e si comportano in modalità diverse a seconda che quest’ultime li riflettano o li assorbano.
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Possiamo infine asserire che tutti i corpi in natura assorbono la luce, a causa della rugosità delle loro superfici, ma poi riflettono parte di questa luce comportandosi in maniera diversa a seconda del grado di ruvidità.
L’interesse della fotografia è tutto concentrato sulle luci diffuse, perchè quelle riflesse (vetri, specchi, ecc.) sono difficili da gestire.
Un esempio di luce diffusa è uno spot orientato verso il soffitto.
Il fotografo, dunque, si trova a dover gestire bene la luce diffusa e a dosarne la quantità da far passare alla fotocamera, in modo da dare alle foto una corretta luminosità. La luce passa attraverso l’obiettivo e i rubinetti per dosarla sono il diaframma e l’otturatore.
Se dovesse entrare troppa luce otterremo delle foto eccessivamente chiare (sovraesposte), se invece ne dovesse entrare troppo poca, avremo come risultato delle foto molto scure (sottoesposte).
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| Immagine sovraesposta | Immagine normale | Immagine sottoesposta |
Uno dei primi ostacoli (a volte insormontabile) nella comprensione delle logiche di Photoshop è sicuramente l’utilizzo dei “livelli”.
Sfogliando le innumerevoli guide sul web, ci si imbatte quasi sempre sulla frase: “Innanzitutto creiamo un nuovo livello….”, oppure: “Prima di tutto duplichiamo il livello…..”.
Ma perchè? Da cosa è dettata questa logica?
Grazie a questo tutorial di Html.it….
Di solito, quando si disegna o si dipinge, con un pennello o piuttosto con una matita o con qualsi altro strumento di disegno su foglio, tela ecc., in seguito ad un errore di qualsiasi natura solo con difficoltà si ha la possibilità di porre rimedio velocemente e senza inconvenienti al pasticcio. Nelle applicazioni di disegno digitale, in genere, tutto questo non rappresenta un guaio poiché in essi vengono utilizzati dei fogli virtuali; una sorta di lucidi sovrapponibili in sequenza preferita e in quantità il cui limite risulta essere quasi indefinito. Diventa subito intuibile, quindi, che i layer, possono essere creati duplicati ed eliminati a piacimento con tutti i vantaggi che ne conseguono.
si intuisce che Photoshop ci considera un po’ “castroni”, per cui ci mette a disposizione questa opportunità che ci salva dai guai.
Ma i livelli non servono solo a questo, per cui un po’ di link per approfondire non fanno certo male:
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C’era qualcosa di magico nella pellicola. |
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Forse quella parola "imprimere" e quel senso di "per sempre" che non lasciava neppur lontanamente immaginare come la fotografia si sarebbe sviluppata in senso diametralmente opposto.
Non più fissare, ma memorizzare più volte, spostando, cancellando e via così.
Oggi la pellicola è una scheda di memoria. Volatile e fragile.
Si dice che questa sia la prima immagine fissata “stabilmente”, prima su pellicola e poi su carta.
1816 Stabilizzazione, tramite l’acido nitrico, di un’immagine ottenuta su carta sensibilizzata al cloruro d’argento (J.N. Niépce)
1822 Prima immagine al bitume di Giudea (J. N. Niépce)
1824 Eliografia (J.N. Niépce)
1826 Prima fotografia fissata stabilmente (J.N. Niépce)
Io non so cosa sia il “bitume di Giudea”, ma mi affascina la storia di questi pionieri. E un po’ mi sento ignorante analogico in un mondo dove sono ignorante digitale al 100%.
Infatti, il modo in cui “non si fissa” un immagine digitale su qualche supporto ancora non l’ho capito. Quindi studio in piena serendipità e provo a buttare giù degli appunti copiati qua e la!
La prima cosa da conoscere è il “Photodetector” o Sensore di immagini:
Un sensore di immagini o sensore ottico è un dispositivo che converte una immagine ottica in un segnale elettrico. Questi componenti vengono utilizzati soprattutto nelle fotocamere digitali, nelle telecamere e in altri dispositivi che trattano elettronicamente immagini.
e qui mi fermo per capirne meglio l’importanza e approfondire le due tecnologie: la CCD e la CMOS.

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